Quella frase, ancor più delle lacrime che bagnavano il tuo volto, mi ha turbato. Conoscevi già la risposta e sapevi che non potevo comprenderti perché, no, non l’ho mai detto.
Leggevo la tristezza nei tuoi occhi mentre affannosamente scavavi tra le scuse di quell’improvviso “addio”, e la invidiavo. La tua storia d’amore era finita, ma quei sentimenti che cercavano di sopraffarsi l’un l’altro per avere la meglio su di te, ti rendevano terribilmente viva. Se l’unica cosa per cui si vive è la ricerca inarrestabile e la speranza inestinguibile di un amore che arrivi a farti dimenticare te stesso e il mondo intero, perché io non amo?
Vagavo per le strade di una città in eterno movimento e osservavo tra la folla i volti sereni della gente che, incurante del mio sconforto, mi passava accanto. Ognuno di loro aveva una storia da raccontare ed io la bramavo, desiderando vivere in vite altrui: gocce di parole che tardano a cadere, aspettano le nuvole per trasformarsi in pioggia. E’ così facile narrare storie d’amore, quanto è difficile farle proprie se non se ne è mai vissuta una.
Scrivevo, all’epoca. Romantici e struggenti sogni ben confezionati per persone che hanno bisogno di emozionarsi. Ma quelle persone avrebbero mai creduto alla mia storia? Possibile mai che chi regala slanci di passioni su fogli bianchi non sia in grado di provarli?
Con la testa piena di quesiti ai quali non sapevo rispondere, ho attraversato la città fino al luogo in cui tutto ebbe inizio. Nessun suono inondava più la strada, e quella finestra, che nelle notti estive emanava il calore di una fioca luce, era chiusa. La melodia, che un delicato ticchettio di tasti faceva nascere da un vecchio pianoforte, non rapiva più il mio cuore desideroso di esser portato via in luoghi lontani. Luoghi dove nessun corpo può arrivare, ma anime sensibili comunicano danzando come piume trasportate dal vento.
La codardia è la mia malattia. Paura di vivere la risposta ai miei quesiti.
Ho riposto tutte le mie speranze nel tempo che passava, credendo che prima o poi sarebbe stato lui l’artefice della mia storia. Guardandomi indietro invece mi accorgo che il mio era solo un modo per dar ad altri la colpa del limbo che ho scelto come mia casa.
Vivere di sogni e non afferrarne le redini per condurli in un mondo tangibile, questo è ciò di cui sono colpevole. Se la forza con cui questi amari pensieri si specchiano prepotenti nei miei occhi, l’avessi utilizzata prima… Se quel giorno, che incancellabile torna alla mia mente per torturarmi, avessi avuto il coraggio di alzare gli occhi verso di lei e affrontare quel cielo che incoronava con gentili ciglia dorate, quale sarebbe stata ora la risposta a quella domanda?
La campana di una chiesa, come il risveglio dopo un sonno dal quale si stenta riprendersi, prepotentemente mi riconduce dai pensieri alla terra. Intorno a me i palazzi giallognoli sono diventati azzurrini e le strade affollate riposano ora le loro stanche superfici. I mille fantasmi che dormono in noi quando, presi dalla stressante routine non li ascoltiamo, si fanno largo quando siamo più fragili… nelle notti stellate. Quando presente e passato si scontrano in un duello di rimorsi, di frasi non dette e occasioni mancate.
La mia vita? Una macchina senza conducente di cui io sono il passeggero. Nessuno può guidarla se non io. “Chi ha tempo non aspetti tempo” diceva un vecchio detto ed io di tempo ne ho tanto. Troverò la forza per impormi su di esso e vivrò finalmente la mia vita.